"Robino" ha deciso che era arrivato il momento di uscire ad esporare il mondo la sera di domenica 19 febbraio, proprio mentre io e il babbo stavamo per andare a cena da amici. Considerando che alla cena sarebbero stati presenti tre infermieri, tre medici, una specializzanda in pediatria e una psicologa dell'età evolutiva, abbiamo messo da parte ogni preoccupazione e siamo usciti lo stesso.
Il travaglio vero e proprio è cominciato il giorno successivo verso le 10 e alle 18 è nato Valerio, un elefantino di 4,066 kg.
Come degente vegana posso dire che l'esperienza ospedaliera (Ospedale Santa Maria Annunziata di Ponte a Niccheri) è stata decisamente superiore ad ogni mia aspettativa. La sera il babbo ha comunicato alle infermiere che al letto 7 la nuova arrivata era vegetariana (dopo aver appena partorito non avevo voglia di litigare e vegetariano è "normale", pensavo avrei dovuto al massimo scartare il formaggio o la frittata). La mattina dopo arriva un'infermiera che mi spiega che per i pasti di quel giorno non posso scegliere, ma che ha fatto sapere in cucina la mia richiesta; invece posso scegliere per i pasti del giorno successivo e... incredibile... è contemplata la possibilità di avere un menu vegano.
Un vassoio ricolmo di piatti tutti vegani mi arriva anche quel giorno - incredibile ma vero! - e dopo aver dovuto discutere solo 5 minuti con l'inserviente convinta che il menu vegetariano fosse quello con le seppioline ("No, guardi, non le mangio le seppioline... l'avevo detto che sono vegetariana" "Strano, di solito le nostre pazienti vegetariane il pesce lo mangiano" "...") ma che poi, cercando bene, finalmente trova il MIO vassoio con pastasciutta, lenticchie e carote... gnammi!
Dopo due giorni in ospedale siamo stati dimessi e lì è iniziato il travaglio vero e proprio. Sì, perchè tutti parlano dei dolori del parto (che non nego ci siano, ma l'overdose di ormoni rende tutto più sopportabile) e nessuno mette in guardia sul dopo. Anche Eva, cacciata dal paradiso, non ha letto le scritte in piccolo al fondo del contratto. Accanto al "partorirai con dolore", scritto in bella evidenza tanto che ce lo ricordiamo ancora oggi, di sicuro c'era un asterisco: "ma sappi che il peggio verrà dopo".
Insomma, tra dolori per i punti, impossibilià a stare seduta (ma anche,
nei primi giorni, sdraiata sul fianco sinistro), montata lattea con
febbre che è arrivata a 39.7 e altri dettagli che tralascio per pudore,
direi che non mi sono fatta mancare nulla.
Nel frattempo Valerio mangia con la disperazione di chi ha già deciso che da grande farà il lottatore di sumo. Secondo tutti gli amici e i parenti che si sono espressi è indiscutibilmente identico al babbo, ma con il naso della mamma (c'è chi s'è spinto a commentare "per fortuna")
Nei prossimi giorni seguiremo il consiglio di un'amica che sostiene che il cordone ombelicale che si è ormai staccato debba essere seppellito sotto un roseto, perché così - vuole la tradizione - Valerio diventerà un tenore. Abbiamo poi scoperto che anche la madre di Gianna Nannini aveva seguito questa pratica stregonesca e quindi ci siamo convinti a farlo anche noi (e io preferirei un figlio cantante rock piuttosto che un tenore, ma deciderà lui)
Pensandoci bene, forse Valerio non vuole diventare un lottatore di sumo... ma non potendo ancora lavorare sulla voce (per il momento da soprano) cerca di raggiungere almeno nella stazza il suo futuro idolo: Pavarotti!
venerdì 2 marzo 2012
martedì 14 febbraio 2012
San Valentino? San Remo? Piuttosto vorrei un San Simone!
Nonostante il bannerino dica che "Robino" dovrebbe già essere fuori, in realtà siamo ancora tutti in attesa, con più o meno ansia. Il nonno ligure mi chiama ogni sera chiedendo almeno tre volte se ci sono novità, se sento male, se va tutto bene. "Ma stai proprio bene bene bene?". Credo che abbia paura di non essere informato della nascita del nipote. La zia che sta in Spagna tenta disperatamente ogni giorno di chiamarci su Skype, scontrandosi con un diverso "fuso orario" tra le nostre vite: quando per lei è l'ora dell'uscita dal lavoro, per noi è l'ora di cena; quando sta per uscire per la serata, noi siamo già pronti per il letto. Gli amici intanto invadono di messaggi la bacheca di Facebook e il cellulare. "Allora, è nato?" Ma la risposta è invariabilmente la stessa: no.
L'ostetrica del corso l'aveva detto: se una mamma è del tipo "precisino", che arriva sempre puntuale agli appuntamenti o meglio un po' in anticipo, che a febbraio prepara già le valigie per le vacanze estive, che ha tutto sotto controllo... il bimbo tende a nascere in anticipo. Se al contrario la mamma è del tipo "tutto all'ultimo minuto" e arriva tardi agli appuntamenti, il bimbo tenderà ad arrivare con calma. Io? Solitamente esco di casa correndo, non prima dell'ora a cui dovrei già essere ad un appuntamento, allacciandomi le scarpe in ascensore e mettendomi il cappotto nell'androne.
Per di più, c'è la questione freddo. Qui è l'unico posto d'italia dove non nevica, non fa freddo e sembra quasi primavera. Però io sono una freddolosa cronica, freddolosa per davvero. Se a luglio esco la sera, una felpa me la porto dietro "perché non si sa mai". I guanti sono in tasca fino alla primavera inoltrata e gli anfibi non mi abbandonano nemmeno d'estate, al massimo sostituisco i calzettoni di pile con quelli di cotone. Uscire dalla doccia è un'impresa, sempre a dire "ancora 1 minuto e... no, non posso, fa troppo freddo fuori!".
Date queste premesse, capisco bene che per "Robino" sia un trauma l'idea di uscire. Entro la fine della prossima settimana però dovrà decidersi a farlo, se non spontaneamente, in ospedale troveranno un modo per convincerlo. Un po' come quando qualcuno apre l'acqua calda in cucina: un ottimo modo per farmi saltare fuori dalla doccia in 2 secondi netti.
Ah, il titolo del post? Senza spiegazioni solo i torinesi possono capirlo... Il San Simone è un liquore di un'azienda torinese, la "Amaro San Simone", che lo produce seguendo una ricetta medicamentosa dei monaci di una confraternita del 16° secolo.
Dopo mesi di astinenza (che continueranno, purtroppo, durante l'allattamento) posso sbilanciarmi confessando che è sicuramente il santo che preferisco!
lunedì 23 gennaio 2012
E se la mucca è tenuta bene? Qualche calcolo per il "latte animalista"
Aggiornamento del 29/08/2012
Considerate le numerose visite e i commenti che sta ricevendo questo post, penso sia doverosa una precisazione. Quello che segue NON è un saggio di zootecnica, ma un racconto ironico e paradossale.
La "morale" di questa sorta di spiegazione NON è che i vegani possono bere il latte. Il "latte animalista" del titolo è volutamente tra virgolette, perché - in quanto vegana - sono convinta che l'unico latte animalista sia quello della mamma per il proprio figlio e che mungere una mucca sia in ogni caso uno sfruttamento.
Buona lettura!
Di domenica, si sa, ci si riposa, si fanno le pulizie in casa, si terminano tutti i lavoretti che non si sono finiti durante la settimana. Questo nelle famiglie normali. Ma, ormai l'avrete capito, la nostra non è una famiglia normale. In un momento di relax, io e il Babbo ci siamo messi a risolvere un problema aritmetico / animalista che ci attanagliava da qualche tempo.
Tra le domande che i vegani si sentono porre, ce ne sono alcune che non sono poi così assurde, ad esempio: "Se tu hai una mucca, la tieni nel migliore dei modi e non la uccidi, che male c'è a prenderle un po' di latte?" L'antispecista risponderà che si tratta comunque di uno sfruttamento da parte dell'essere umano su un animale e... per questo vi rimando ad altri siti che spiegheranno molto meglio di me la questione. Quello che interessava a noi era capire quanto è sostenibile tenere nel migliore dei modi una mucca per ricavarne il latte. Interessa? Tranquilli, una volta che il problema è impostato, i calcoli sono piuttosto semplici.
Partiamo da un concetto che dev'essere chiaro: la mucca non produce il latte "gratis": come tutti i mammiferi per farlo deve avere un figlio. Negli allevamenti viene continuamente ingravidata (con l'inseminazione artificiale) e il vitellino viene separato dalla madre dopo poco. Questo avviene per circa 6-7 anni, poi la mucca comincia a produrre sempre meno latte e quindi viene portata al macello. In natura vivrebbe oltre 30 anni.
Consideriamo ora il nostro "allevamento modello", con una mucca "tenuta bene", che non viene uccisa, né lo sono i suoi figli. Per semplificare, abbiamo arrotondato tutto all'unità di misura di un anno: un vitello arriva a maturità sessuale a 2 anni, la gravidanza dura un anno e l'allattamento dura un anno (nella realtà sono 10 mesi). A 15 anni mandiamo in pensione la nostra mucca. Nella nostra semplificazione, tutte le mucche vivono fino a 30 anni e poi muoiono naturalmente.
Il primo anno, quindi, avremo una vitella e la manteniamo "a sbafo", senza produrre latte. Il secondo anno la nostra vitella è cresciuta, ma ancora è piccola e non è arrivata a maturità sessuale. Il terzo anno rimane incinta (una scappatella?) e ovviamente durante la gravidanza non produrrà latte. Finalmente siamo all'inizio del quarto anno, è nato un vitellino, e noi possiamo bere il primo bicchiere di latte dalla nostra mucca "tenuta bene". La nostra mucca è così felice che... rimane incinta appena nato il primo figlio, continuando a produrre latte, col risultato che l'anno dopo, quando il vitellino è svezzato, nascerà un secondo vitello senza interrompere la produzione di latte. (Ecco, qui ho dei dubbi che la mucca sia proprio "tenuta bene", ma stiamo facendo un calcolo teorico e quindi non focalizziamoci troppo su questi dettagli). Siamo dunque al quinto anno, abbiamo una mucca che produce il latte per un vitellino e un po' anche per noi, e una "mucchina" che ovviamente non uccidiamo e teniamo al pascolo. L'anno successivo la nostra grande famiglia si arricchisce di un nuovo nato, continuiamo ad avere una mucca che produce latte, ma ora sono tre (un vitello, una mucca e una "mucchina") gli animali che ci gironzolano per casa senza essere produttivi. Attenzione, da questo momento (dato che siamo "buoni" e non vogliamo sfruttare troppo la nostra mucca iniziale) se nelle tornate precedenti sono nate mucche femmine, possiamo far sì che la mucca che produce il latte non sia sempre la stessa, ma a rotazione un anno per ognuna. Se sono nati tori, invece, ci conviene rinforzare le staccionate.
Tornando al nostro calcolo, con una mucca che ogni anno fa nascere un vitello e produce latte (per il figlio e un po' anche per noi) ma senza uccidere nessuno, avremo l'incremento di un animale l'anno. Dopo 29 anni siamo arrivati ad avere 27 animali, di cui una produttiva e gli altri 26 "mangiapane ad ufo". Finalmente (anche se ci eravamo affezionati) dopo 30 anni la nostra prima mucca muore, e così sarà per ogni anno successivo dopo il 30°, quindi ci attestiamo sulla cifra non più crescente di 27 mucche per avere qualche litro di latte al giorno. E' sostenibile?
Qualcuno ora potrebbe dire: hai tante mucche e ne rendi produttiva una soltanto? Perché non tutte? Proviamoci. Lasciando invariate le premesse, facciamo un'ulteriore ipotesi semplificativa: tutte le mucche partoriscono solo mucche femmine. A loro volta ogni vitella, dopo 2 anni, raggiunta la maturità sessuale, resta incinta e comincia a produrre latte. Vi risparmio i calcoli, fidatevi. Dopo 10 anni abbiamo 15 mucche. Dopo 20 abbiamo un numero satanico di mucche: 666. Al trentesimo anno, quando "finalmente" la nostra matriarca muore, siamo a 29133 mucche. Alla soglia del 60° anno saremo arrivati alla cifra invidiabile di 1 milardo e 665 milioni di mucche. Forse sono un po' troppe per un solo allevamento, che dite?
In conclusione, siamo partiti dalla domanda sbagliata, non "se tu hai una mucca, la tieni nel migliore dei modi e non la uccidi, che male c'è a prenderle un po' di latte?", bensì "se tu hai VENTISETTE mucche..."! Tralasciando tutti gli altri discorsi animalisti e antispecisti, se siamo interessati alla sostenibilità ambientale e alla diminuzione della sofferenza degli animali, dovremmo almeno ridurre i nostri consumi di latte di 1/27. Quindi la risposta alla domanda qui sopra è: sì, se hai un appezzamento di terreno abbastanza grande e puoi mantenere 27 mucche, puoi permetterti un bicchiere di latte al mese. Che costerà - più o meno - come un bicchiere di Barolo. Cin cin!
ATTENZIONE - non commentate come anonimi. Tutti i commenti non firmati verranno cancellati. Mi sembra corretto presentarsi, per confrontarsi sullo stesso piano.
Considerate le numerose visite e i commenti che sta ricevendo questo post, penso sia doverosa una precisazione. Quello che segue NON è un saggio di zootecnica, ma un racconto ironico e paradossale.
La "morale" di questa sorta di spiegazione NON è che i vegani possono bere il latte. Il "latte animalista" del titolo è volutamente tra virgolette, perché - in quanto vegana - sono convinta che l'unico latte animalista sia quello della mamma per il proprio figlio e che mungere una mucca sia in ogni caso uno sfruttamento.
Buona lettura!
Di domenica, si sa, ci si riposa, si fanno le pulizie in casa, si terminano tutti i lavoretti che non si sono finiti durante la settimana. Questo nelle famiglie normali. Ma, ormai l'avrete capito, la nostra non è una famiglia normale. In un momento di relax, io e il Babbo ci siamo messi a risolvere un problema aritmetico / animalista che ci attanagliava da qualche tempo.
Tra le domande che i vegani si sentono porre, ce ne sono alcune che non sono poi così assurde, ad esempio: "Se tu hai una mucca, la tieni nel migliore dei modi e non la uccidi, che male c'è a prenderle un po' di latte?" L'antispecista risponderà che si tratta comunque di uno sfruttamento da parte dell'essere umano su un animale e... per questo vi rimando ad altri siti che spiegheranno molto meglio di me la questione. Quello che interessava a noi era capire quanto è sostenibile tenere nel migliore dei modi una mucca per ricavarne il latte. Interessa? Tranquilli, una volta che il problema è impostato, i calcoli sono piuttosto semplici.
Partiamo da un concetto che dev'essere chiaro: la mucca non produce il latte "gratis": come tutti i mammiferi per farlo deve avere un figlio. Negli allevamenti viene continuamente ingravidata (con l'inseminazione artificiale) e il vitellino viene separato dalla madre dopo poco. Questo avviene per circa 6-7 anni, poi la mucca comincia a produrre sempre meno latte e quindi viene portata al macello. In natura vivrebbe oltre 30 anni.
Consideriamo ora il nostro "allevamento modello", con una mucca "tenuta bene", che non viene uccisa, né lo sono i suoi figli. Per semplificare, abbiamo arrotondato tutto all'unità di misura di un anno: un vitello arriva a maturità sessuale a 2 anni, la gravidanza dura un anno e l'allattamento dura un anno (nella realtà sono 10 mesi). A 15 anni mandiamo in pensione la nostra mucca. Nella nostra semplificazione, tutte le mucche vivono fino a 30 anni e poi muoiono naturalmente.
Il primo anno, quindi, avremo una vitella e la manteniamo "a sbafo", senza produrre latte. Il secondo anno la nostra vitella è cresciuta, ma ancora è piccola e non è arrivata a maturità sessuale. Il terzo anno rimane incinta (una scappatella?) e ovviamente durante la gravidanza non produrrà latte. Finalmente siamo all'inizio del quarto anno, è nato un vitellino, e noi possiamo bere il primo bicchiere di latte dalla nostra mucca "tenuta bene". La nostra mucca è così felice che... rimane incinta appena nato il primo figlio, continuando a produrre latte, col risultato che l'anno dopo, quando il vitellino è svezzato, nascerà un secondo vitello senza interrompere la produzione di latte. (Ecco, qui ho dei dubbi che la mucca sia proprio "tenuta bene", ma stiamo facendo un calcolo teorico e quindi non focalizziamoci troppo su questi dettagli). Siamo dunque al quinto anno, abbiamo una mucca che produce il latte per un vitellino e un po' anche per noi, e una "mucchina" che ovviamente non uccidiamo e teniamo al pascolo. L'anno successivo la nostra grande famiglia si arricchisce di un nuovo nato, continuiamo ad avere una mucca che produce latte, ma ora sono tre (un vitello, una mucca e una "mucchina") gli animali che ci gironzolano per casa senza essere produttivi. Attenzione, da questo momento (dato che siamo "buoni" e non vogliamo sfruttare troppo la nostra mucca iniziale) se nelle tornate precedenti sono nate mucche femmine, possiamo far sì che la mucca che produce il latte non sia sempre la stessa, ma a rotazione un anno per ognuna. Se sono nati tori, invece, ci conviene rinforzare le staccionate.
Tornando al nostro calcolo, con una mucca che ogni anno fa nascere un vitello e produce latte (per il figlio e un po' anche per noi) ma senza uccidere nessuno, avremo l'incremento di un animale l'anno. Dopo 29 anni siamo arrivati ad avere 27 animali, di cui una produttiva e gli altri 26 "mangiapane ad ufo". Finalmente (anche se ci eravamo affezionati) dopo 30 anni la nostra prima mucca muore, e così sarà per ogni anno successivo dopo il 30°, quindi ci attestiamo sulla cifra non più crescente di 27 mucche per avere qualche litro di latte al giorno. E' sostenibile?
Qualcuno ora potrebbe dire: hai tante mucche e ne rendi produttiva una soltanto? Perché non tutte? Proviamoci. Lasciando invariate le premesse, facciamo un'ulteriore ipotesi semplificativa: tutte le mucche partoriscono solo mucche femmine. A loro volta ogni vitella, dopo 2 anni, raggiunta la maturità sessuale, resta incinta e comincia a produrre latte. Vi risparmio i calcoli, fidatevi. Dopo 10 anni abbiamo 15 mucche. Dopo 20 abbiamo un numero satanico di mucche: 666. Al trentesimo anno, quando "finalmente" la nostra matriarca muore, siamo a 29133 mucche. Alla soglia del 60° anno saremo arrivati alla cifra invidiabile di 1 milardo e 665 milioni di mucche. Forse sono un po' troppe per un solo allevamento, che dite?
In conclusione, siamo partiti dalla domanda sbagliata, non "se tu hai una mucca, la tieni nel migliore dei modi e non la uccidi, che male c'è a prenderle un po' di latte?", bensì "se tu hai VENTISETTE mucche..."! Tralasciando tutti gli altri discorsi animalisti e antispecisti, se siamo interessati alla sostenibilità ambientale e alla diminuzione della sofferenza degli animali, dovremmo almeno ridurre i nostri consumi di latte di 1/27. Quindi la risposta alla domanda qui sopra è: sì, se hai un appezzamento di terreno abbastanza grande e puoi mantenere 27 mucche, puoi permetterti un bicchiere di latte al mese. Che costerà - più o meno - come un bicchiere di Barolo. Cin cin!
ATTENZIONE - non commentate come anonimi. Tutti i commenti non firmati verranno cancellati. Mi sembra corretto presentarsi, per confrontarsi sullo stesso piano.
martedì 17 gennaio 2012
Aspettando Robino
Il widget qui sotto mi ricorda che manca meno di un mese alla data presunta del parto. O meglio, manca "un febbraio", cioè 28 giorni. Anzi, nemmeno, dato che quest'anno è bisestile. Considerando però che potrebbe nascere anche 15 giorni prima, la data si avvicina.
Se già col post precedente vi raccontavo di come fervono i preparativi, potete immaginare come in casa le cose non possano essere altro che peggiorate.
Ieri abbiamo provato la culla, che non è altro che la carrozzina del trio. Ero convinta che mancasse il materasso, invece dev'essere proprio così: i neonati dormono con un materasso sottilissimo e niente cuscino. Nella foto qui accanto, Swiffer in un sacco nanna, prova la comodità della culla.
In questi giorni, abbiamo cominciato anche a definire meglio la scorta di pannolini. Per l'ospedale e i primi giorni ci siamo orientati sugli usa-e getta Ecowip, che sono biodegradabili. Prodotti a Prato, vengono venduti anche pacchi da 120 di "seconda scelta" ad un prezzo decisamente conveniente. Consigliati da un amico neo-genitore, ne abbiamo subito approfittato.
Aumenta intanto la nostra scorta di lavabili. Nelle foto qui sotto il babbo si esercita coi ciripà: prima il pannolino di cotone... poi la mutandina...
... ed ecco Swiffer perfettamente pannolinato. Proprio perfettamente no... il cotone avrebbe dovuto rimanere all'interno della mutandina... ma per essere la prima volta, direi che è un successone, io non avrei saputo fare di meglio!
Oltre ai ciripà, ci siamo fatti tentare dagli Ecobu, produzione italiana di pannolini pocket in bambù. E' una fibra tessile molto particolare, soffice, che ha come unico difetto il tempo di asciugatura, che è piuttosto elevato, ma a quanto sembra ha ottime proprietà assorbenti. Dopo il primo lavaggio effettivamente l'inserto ci ha messo un'intera giornata SOPRA il termosifone, prima di asciugarsi.
Nelle foto qui sotto il babbo si esercita anche con questo pannolino. Prima mette un inserto dentro l'altro, poi tutto dentro la mutandina, adagia Bella (la pecora... giuro che ha più anni di Twilight e non si chiama così in onore dell'aspirante vampira ma perché, come tutte le pecore, beeeela!) e chiude la mutandina.
Ed ecco anche Bella, vestita di tutto punto. Spero però che Robino non sia mai così ciccione e deforme!
Abbiamo anche provato a sistemare il seggiolino sull'auto, che come si può vedere dalle foto è una capiente Seicento. Siamo effettivamente un po' preoccupati all'idea di stivare due adulti, un Robino e due cani in cotanta automobile, ma al momento cerchiamo di resistere alle facili battute degli amici che ci consigliano di cambiare auto. Intanto abbiamo verificato che il seggiolino ci sta, e il sistema di ancoraggio è anche piuttosto semplice. Ce la possiamo fare.
Le ultime due fotografie sono per illustrare due delle mie recenti autoproduzioni.
Qui a sinistra, Bella mostra un bavaglino realizzato riciclando una tovaglia impermeabile e un asciugamano ormai quasi morente. Devo ancora mettere un bottoncino o un velcro, ma direi che il più è fatto. Ovviamente non ci baseremo solo su bavaglini autoprodotti (sembra che le bave dei neonati siano corrosive peggio che quelle dei mostri dei film di fantascienza), ma ho sempre ammirato le mamme che in rete postano le loro creazioni, e partire da questo mi sembrava la strada più semplice.
Al momento è in fase di realizzazione un sacco-nanna in pile, che però credo verrà usato tra qualche mese (la dimensione è da marcantonio, non da neonato... avrò scaricato il tutorial per realizzare un sacco a pelo da campeggio per scaricatori di porto invece che un sacco nanna?) Swiffer dentro ci naviga, Robino chissà.
Qui a destra c'è mio cugino con un mei tai contenente Bella. Anche questa è una mia autoproduzione, che segue il modello illustrato sul blog di Mamma Canguro. Il materiale è tutto riciclato: una stoffa pesante per l'esterno (credo che in origine fosse un copriletto) e un pile leggero per l'interno (in origine era una coperta regalata ehm... da una compagnia aerea).
Anche qui, per non sbagliarmi, la taglia è per un bimbo cresciutello e non per un neonato, per questo motivo ho regalato questo primo esperimento ad amici che hanno una figlia di quasi un anno. Se l'esperimento andrà a buon fine, proverò a ripeterlo con materiali più leggeri, per l'estate.
Infine mi sono data alle scatole. Per romperle, a quanto dicono il babbo e gli amici intimi, ero già una professionista. Il salto di qualità è invece rifasciarle. Dopo il trasloco sono rimaste alcune scatole piccole, con coperchio, che sono perfette per contenere i pannolini, i vestitini, i giochini, i cosini... insomma, tutte le cose in -ini di Robini... ehm, Robino. Unico difetto: sono brutte. Spazio alla fantasia e alla creatività, ne ho ricoperta una con la stoffa ricavata da una vecchia camicia del babbo, la seconda con una vecchia tovaglia impermeabile e la terza è in fase di lavorazione perché... è finita la colla! Ho implorato la cartolaia di farsi arrivare una confezione formato famiglia di vinavil prima che mi passi la vena creativa (e che nasca Robino), ma devo pazientare tutta la settimana.
Dato che il lavoro per il censimento non è ancora finito, dirotterò la mia creatività sulla revisione dei questionari, i risultati potrebbero essere esilaranti!
giovedì 5 gennaio 2012
Centra il buco, non il bruco!
Post veloce veloce perché in questi giorni ho troppe cose da fare, forse sta arrivando quella che viene chiamata la "sindrome del nido", quando la mamma sente l'urgenza di preparare la casa per l'arrivo del nascituro. Che nel mio caso significa spostare da una stanza all'altra i vestitini prestati dagli amici, dividerli per tipologie e taglie, montare un'anta di un mobile Ikea in camera di Robino, scrivere interminabili liste di cose da fare che poi puntualmente non faccio etc.
Una parentesi sui vestitini: capisco che non si possano uniformare le indicazioni delle taglie, ma perché i produttori si ostinano a mettere etichette con su scritto "1 mese", "3 mesi" che sono totalmente casuali? Considerando normale un peso alla nascita da 2,5 a 4 kg non sarà facile etichettare, ma trovare tutine da 3 mesi più piccole di quelle da 1 mese fa girare la testa anche alle future mamme mentalmente più stabili di me.
Solo un aggiornamento su Robino: l'ecografia del 30 dicembre ha mostrato ancora una volta la sua ritrosia nel voler farsi fotografare (l'ecografista per fortuna era giovane e gentile nonostante abbia faticato non poco e abbia poi dovuto lavorare in una posizione assai scomoda). Robino è già in posizione cefalica e speriamo che ci resti, è cresciuto molto e ora si colloca al 90° percentile, il che - se ho capito bene - vuol dire che il 90% dei bimbi della stessa "età" sono più piccoli di lui. Peso stimato (+ o - 15%) è di 2.700 grammi. Se continua così, nasce un ciccione di 5 kg. Qualcuno avrà comunque il coraggio di dire che i bambini vegani sono piccini.
Infine, la foto qui accanto è per accontentare Herby (ma sono sicura che non sia l'unica curiosa!) che voleva vedere la tazza del water che io e il babbo ci siamo regalati per Natale. Gli ospiti che sono venuti a trovarci durante le vacanze hanno confessato che le prime volte sono stati un po' a disagio nel fare i propri bisogni sentendosi osservati da Bruco e Coccinella, ma noi siamo già abituati ad ignorare le occhiate torve, impietosenti, pazze, accigliate, coccolone dei cani, specialmente quando vengono ad implorare cibo mentre siamo a tavola. E comunque, per un tocco di colore in una stanza fredda (e bianca... come raccontavo nel post "Colori di genere" a me non piace il bianco) si possono sopportare le occhiate degli insettini.
L'importante è centrare il buco e non il bruco!
lunedì 19 dicembre 2011
Lo strano Natale della famiglia Vegan
Mio marito mi racconta che in ufficio è diventato il tuttologo delle curiosità sui vegani. D'altra parte ne ha sposata una. Ogni tanto gli arrivano domande sugli argomenti più svariati.
Finché si limitano a "come si sostituisce il burro nei dolci?" o "capisco vegetariano, ma qual è il problema delle uova?", le risposte sono abbastanza semplici. A volte però il campo si allarga e le difficoltà aumentano. La scorsa settimana è arrivato il quesito più bello: "che cosa ne pensano i vegani degli alberi di natale? Meglio di plastica o vero?"
Al di là del fatto che al vegano magari degli alberi non gliene può importare nulla e li brucerebbe tutti (faccio per dire) mi fa sorridere questa idea per cui ci debba essere una soluzione "vegana" a tutti i problemi del mondo. Quindi, fiera di essere diventata una opinion leader, ecco la panoramica del nostro Natale.
L'albero.
Ci abbiamo provato e non ci stava. Proprio da nessuna parte. Il babbo ha proposto di metterlo sul divano, ma mi sono rifiutata, avrei dovuto spostare i questionari del censimento, che già stanno invadendo casa. Alla fine ci siamo arresi all'evidenza. L'abete (di plastica) che aveva addobbato la casa di Torino negli ultimi 5 anni è rimasto in cantina. Al suo posto abbiamo ben due alberi. Il primo è un altro sempreverde, finto. Alto meno di 15 cm, vaso compreso. In bilico sul mobile della televisione, rischia di cascare ogni volta che prendiamo il telecomando. Per fortuna capita di rado.
Il secondo è un pesco giapponese. O cinese (così ha detto mio padre, le mie competenze di arboricultura si fermano alle specie europee). Insomma, una normale pianta da appartamento che è stata spostata dal balcone al salotto perché non soffra troppo per le temperature polari di questo strano inverno. Addobbato come un abete, non sembra nemmeno troppo triste.
I regali.
Sotto l'albero, o meglio, tra i due alberi (nel mobile della televisione) ci sono i regali da fare e quelli ricevuti. Natale di crisi, con un "robino" in arrivo, quest'anno ci siamo limitati al minimo indispensabile. Però ci siamo concessi un regalo alla (nostra) famiglia: una tazza del water a forma di mela, bruco compreso. Per gli altri, regali rigorosamente del commercio equo e solidale, quasi tutti mangerecci. Fa eccezione il regalo della nipotina, su cui sorvolo per non rovinare la sorpresa. Agli amici lontani, un biglietto che arriverà forse per capodanno. Conoscendo le poste, anche dopo la befana.
Per noi, agli amici che l'hanno chiesto, abbiamo fornito l'indirizzo della "lista nascita" che abbiamo creato on line per "Robino". Non saranno sorprese, ma preferisco un regalo utile piuttosto che scartare un oggetto che finirà in un cassetto fino al prossimo trasloco.
Panettone o pandoro?
Il dubbio amletico che divide l'Italia e che molti propongono ai vegani per coglierli in fallo. Per fortuna io sono fortunata. Anzi, tre volte fortunata.
1) il dolce tipico del Natale di Genova è il pandolce, una specie di panettone con l'uvetta, ma più compatto e basso. Si trovano nei negozi anche versioni vegane (con la margarina). Ottimo inzuppato al mattino nel the o nel latte per colazione.
2) a Firenze c'è la pasticceria vegana più buona del mondo: Dolce Vegan. Vuoi che non prepari dolci natalizi già impacchettati, da portare ai parenti?
3) ho scoperto qualche giorno fa che anche in Toscana ci sono dolci tipicamente natalizi con ricetta vegana. Ad esempio i Cavallucci, che definire biscotti è quasi dispregiativo. Una delizia di sapori, tra canditi, noci e uvetta. In alcune versioni è previsto il miele, non in quella attualmente in vendita alla Coop sotto casa. Evviva.
Il pranzo di Natale.
Ormai da anni nella mia famiglia di origine il Natale si festeggia al ristorante. Però al cinese. La compagna di mio padre odia i ristoranti con menu fisso, dove ti siedi a mezzogiorno e il dolce arriva quando ormai da due ore non ce la fai più, fuori sarebbe buio anche se fosse agosto, ma pensi al conto che sta per arrivare e sfidi l'indigestione imminente cercando di far stare nel tuo povero stomaco anche quella fetta di panettone. Non ha tutti i torti. La mia pretesa di un menu veg-compatibile, quindi, al confronto non è così strana. Sfido chiunque a trovare un ristorante aperto il giorno di Natale, che non faccia menu fisso. Provateci e fatemi sapere. In Liguria sembrerebbe impossibile. La soluzione trovata, in tutti questi anni, è il ristorante etnico: menu alla carta e dopo un paio d'ore puoi uscire soddisfatto. E magari fare anche merenda. L'unico problema è che a Savona, tra gli etnici, ci sono solo ristoranti cinesi. In realtà di ristoranti cinesi ce n'è una quantità spropositata: un ristorante ogni 10 savonesi, contando anche i gabbiani. Egiziani, argentini, thailandesi, turchi... vade retro! Ci sono solo ristoranti cinesi. Dopo dieci anni, mio fratello si è ribellato. "Il cinese mi fa schifo!" ha comunicato alla famiglia, lasciando tutti di sasso. Dopo qualche giorno di panico mio padre ha accettato la soluzione che avevo già proposto anni fa: restare sull'etnico ma spostarsi a Genova. All'epoca scartata perché Genova è troppo lontana da Savona (sono 40 km e giuro che non pretendo che li faccia a piedi o in bicicletta) ma davanti alla minaccia di rimanere a digiuno proprio il giorno di natale, alla fine ha ceduto. Quest'anno romperemo la tradizione decennale e andremo all'indiano. Mio fratello suggerisce di telefonare al "nostro" cinese per chiedere scusa per l'assenza.
Natale con i tuoi, e Capodanno?
Capodanno, non c'è dubbio, con gli amici a quattrozampe, evitando i botti che spaventano tutti gli animali, in particolare gli uccelli. Ogni anno sono tantissimi i cani che vengono smarriti perche scappano terrorizzati. Per non parlare dei volatili che perdono l'orientamento.
Alcuni consigli della LAV:
Finché si limitano a "come si sostituisce il burro nei dolci?" o "capisco vegetariano, ma qual è il problema delle uova?", le risposte sono abbastanza semplici. A volte però il campo si allarga e le difficoltà aumentano. La scorsa settimana è arrivato il quesito più bello: "che cosa ne pensano i vegani degli alberi di natale? Meglio di plastica o vero?"
Al di là del fatto che al vegano magari degli alberi non gliene può importare nulla e li brucerebbe tutti (faccio per dire) mi fa sorridere questa idea per cui ci debba essere una soluzione "vegana" a tutti i problemi del mondo. Quindi, fiera di essere diventata una opinion leader, ecco la panoramica del nostro Natale.
L'albero.
Ci abbiamo provato e non ci stava. Proprio da nessuna parte. Il babbo ha proposto di metterlo sul divano, ma mi sono rifiutata, avrei dovuto spostare i questionari del censimento, che già stanno invadendo casa. Alla fine ci siamo arresi all'evidenza. L'abete (di plastica) che aveva addobbato la casa di Torino negli ultimi 5 anni è rimasto in cantina. Al suo posto abbiamo ben due alberi. Il primo è un altro sempreverde, finto. Alto meno di 15 cm, vaso compreso. In bilico sul mobile della televisione, rischia di cascare ogni volta che prendiamo il telecomando. Per fortuna capita di rado.
Il secondo è un pesco giapponese. O cinese (così ha detto mio padre, le mie competenze di arboricultura si fermano alle specie europee). Insomma, una normale pianta da appartamento che è stata spostata dal balcone al salotto perché non soffra troppo per le temperature polari di questo strano inverno. Addobbato come un abete, non sembra nemmeno troppo triste.
I regali.
Sotto l'albero, o meglio, tra i due alberi (nel mobile della televisione) ci sono i regali da fare e quelli ricevuti. Natale di crisi, con un "robino" in arrivo, quest'anno ci siamo limitati al minimo indispensabile. Però ci siamo concessi un regalo alla (nostra) famiglia: una tazza del water a forma di mela, bruco compreso. Per gli altri, regali rigorosamente del commercio equo e solidale, quasi tutti mangerecci. Fa eccezione il regalo della nipotina, su cui sorvolo per non rovinare la sorpresa. Agli amici lontani, un biglietto che arriverà forse per capodanno. Conoscendo le poste, anche dopo la befana.
Per noi, agli amici che l'hanno chiesto, abbiamo fornito l'indirizzo della "lista nascita" che abbiamo creato on line per "Robino". Non saranno sorprese, ma preferisco un regalo utile piuttosto che scartare un oggetto che finirà in un cassetto fino al prossimo trasloco.
Panettone o pandoro?
Il dubbio amletico che divide l'Italia e che molti propongono ai vegani per coglierli in fallo. Per fortuna io sono fortunata. Anzi, tre volte fortunata.
1) il dolce tipico del Natale di Genova è il pandolce, una specie di panettone con l'uvetta, ma più compatto e basso. Si trovano nei negozi anche versioni vegane (con la margarina). Ottimo inzuppato al mattino nel the o nel latte per colazione.
2) a Firenze c'è la pasticceria vegana più buona del mondo: Dolce Vegan. Vuoi che non prepari dolci natalizi già impacchettati, da portare ai parenti?
3) ho scoperto qualche giorno fa che anche in Toscana ci sono dolci tipicamente natalizi con ricetta vegana. Ad esempio i Cavallucci, che definire biscotti è quasi dispregiativo. Una delizia di sapori, tra canditi, noci e uvetta. In alcune versioni è previsto il miele, non in quella attualmente in vendita alla Coop sotto casa. Evviva.
Il pranzo di Natale.
Ormai da anni nella mia famiglia di origine il Natale si festeggia al ristorante. Però al cinese. La compagna di mio padre odia i ristoranti con menu fisso, dove ti siedi a mezzogiorno e il dolce arriva quando ormai da due ore non ce la fai più, fuori sarebbe buio anche se fosse agosto, ma pensi al conto che sta per arrivare e sfidi l'indigestione imminente cercando di far stare nel tuo povero stomaco anche quella fetta di panettone. Non ha tutti i torti. La mia pretesa di un menu veg-compatibile, quindi, al confronto non è così strana. Sfido chiunque a trovare un ristorante aperto il giorno di Natale, che non faccia menu fisso. Provateci e fatemi sapere. In Liguria sembrerebbe impossibile. La soluzione trovata, in tutti questi anni, è il ristorante etnico: menu alla carta e dopo un paio d'ore puoi uscire soddisfatto. E magari fare anche merenda. L'unico problema è che a Savona, tra gli etnici, ci sono solo ristoranti cinesi. In realtà di ristoranti cinesi ce n'è una quantità spropositata: un ristorante ogni 10 savonesi, contando anche i gabbiani. Egiziani, argentini, thailandesi, turchi... vade retro! Ci sono solo ristoranti cinesi. Dopo dieci anni, mio fratello si è ribellato. "Il cinese mi fa schifo!" ha comunicato alla famiglia, lasciando tutti di sasso. Dopo qualche giorno di panico mio padre ha accettato la soluzione che avevo già proposto anni fa: restare sull'etnico ma spostarsi a Genova. All'epoca scartata perché Genova è troppo lontana da Savona (sono 40 km e giuro che non pretendo che li faccia a piedi o in bicicletta) ma davanti alla minaccia di rimanere a digiuno proprio il giorno di natale, alla fine ha ceduto. Quest'anno romperemo la tradizione decennale e andremo all'indiano. Mio fratello suggerisce di telefonare al "nostro" cinese per chiedere scusa per l'assenza.
Natale con i tuoi, e Capodanno?
Capodanno, non c'è dubbio, con gli amici a quattrozampe, evitando i botti che spaventano tutti gli animali, in particolare gli uccelli. Ogni anno sono tantissimi i cani che vengono smarriti perche scappano terrorizzati. Per non parlare dei volatili che perdono l'orientamento.
Alcuni consigli della LAV:
- non lasciate che i cani affrontino in solitudine le loro paure e togliete ogni oggetto contro il quale, sbattendo, potrebbero procurarsi ferite;
- evitate di lasciarli all'aperto: la paura fa compiere loro gesti imprevedibili, il primo dei quali è la fuga;
- non teneteli legati alla catena perché potrebbero strangolarsi;
- non lasciateli sul balcone perché potrebbero gettarsi nel vuoto;
- dotateli di tutti gli elementi identificativi possibili (oltre al microchip, medaglietta con un recapito);
- se si nascondono in un luogo della casa, lasciateli tranquilli: considerano sicuro il loro rifugio;
- cercate di minimizzare l'effetto dei botti tenendo accese radio o TV;
- prestate attenzione anche agli animali in gabbia e non teneteli sui balconi;
- nei casi di animali anziani, cardiopatici e/o particolarmente sensibili allo stress dei rumori rivolgersi con anticipo al proprio veterinario di fiducia;
- se l’animale scompare presentate subito una denuncia di smarrimento, e seguire i consigli riportati sul sito LAV alla pagina “cosa fare se…"
Tanti auguri di buone feste a tutti e a tutte!
lunedì 5 dicembre 2011
Schiena dolente, pancia crescente
La scorsa settimana si è chiusa con una buona notizia: non ho il diabete gestazionale. Non sarebbe stato nulla di particolarmente grave: il diabete gestazionale capita in quasi il 10% delle gravidanze e generalmente non ha implicazioni per il futuro della mamma o del bambino, ma c'è il rischio di eccessiva crescita intra uterina (cioè bimbo che alla nascita è molto grosso) e bisogna tenere sotto controllo l'alimentazione, eliminando i dolci e gran parte della frutta.
In Toscana il controllo del diabete gestazionale si fa attraverso la mini-curva glicemica alla 28a settimana, quando viene misurata la glicemia a digiuno (io ce l'avevo bassa) e poi dopo aver ingurgitato un beverone ultra dolce e aver aspettato un'ora. Se il secondo valore è troppo alto, come nel mio caso, si fa la curva "normale", col doppio di glucosio nel beverone (che a quel punto diventa disgustoso anche per una appassionata di dolciumi come me) e un prelievo dopo una, due e tre ore. Mentre il primo esame può dare falsi positivi, il secondo è solitamente più indicativo, e nel mio caso ha indicato che... non ho il diabete gestazionale! Sospiro di sollievo per le mie papille gustative, che all'idea di passare un natale senza poter mangiare nemmeno una fettina di dolce né i fichi secchi, né i datteri della Palestina del commercio equo e solidale... stavano già piangendo miseria.
Nel frattempo la pancia continua a crescere (non si sa come, dato che i chili più o meno rimangono invariati), "Robino" tira sempre più testate (o culate?) contro le costole (con mia grande gioia, soprattutto quando sto per addormentarmi) e io cerco inutilmente di razionalizzare il fatto che con 8 kg in più, tra l'altro sistemati male (al posto della pancia, non si potrebbe avere uno zainetto?) non posso rincorrere i treni come una volta o cucinare con la pancia sui fornelli (sì, lo ammetto, qualche giorno fa ho rischiato di cuocere Robino. Poi dicono che i comunisti mangiano i bambini, ma cuocerli prima ancora che nascano forse è troppo).
Non essendo riuscita a cuocerlo, ho poi tentato di intossicarlo col peperoncino. Da giorni volevo provare la ricetta della confettura di peperoncini di Nadir. Ho avuto in regalo 200 grammi di peperoncini da un'amica del babbo, che alla consegna aveva avvertito "attenzione perché tra gli altri ce ne sono anche di Habanero, cioè quelli ultra piccantosissimi", ma io niente, imperterrita. Ho comprato 800 grammi di peperoni, anche se fuori stagione. Ieri è stato il gran giorno, ma presa dall'entusiasmo non ho seguito il consiglio: "Per pulire i peperoncini armatevi di guanti usa e getta, le vostre mani ringrazieranno". Risultato: un bruciore insopportabile, da piangere e urlare per tutta la sera. Per le successive 5 ore ho tenuto le mani dentro l'acqua (che si scaldava al ritmo di una bacinella ogni 15 minuti, se troviamo dei volontari disponibili potrebbe essere una fonte energetica ecologica!), poi sono andata a letto tenendo tra le mani un panetto di ghiaccio. Col passare delle ore, e dopo aver superato la notte nonostante le mie previsioni catastrofiste di ieri, la situazione è decisamente migliorata, con un effetto collaterale non da poco: le mie mani che solitamente sfidano la temperatura corporea dei vampiri, oggi raggiungono e forse superano i 36°.
La confettura? Il sapore non è male, ma è super piccantoso: stamattina ne abbiamo assaggiato 1/4 di cucchiaino a testa sul pane, e la bocca è rimasta infuocata per 10 minuti. Il babbo ha calcolato che mangiando questa quantità tutti i giorni, ci metteremo tre anni a finirla (però potrà essere utile se Robino non si decide ad uscire dopo la "data di scadenza", ho letto che il peperoncino stimola il parto)
Nel fine settimana abbiamo comprato i primi pannolini lavabili. Sono 6 prefold Pagù (made in Italy) con una mutandina Imse Vimse, perché il negozio non aveva mutandine della stessa marca. A quanto ho capito girovagando sul web, comunque, la Imse Vimse produce in Svezia, quindi anche se non è proprio a km0 non è poi così male. Nella foto il mio peluche Swiffer (si chiama così perché attira la polvere...) si presta a fare da modello. Ultimamente è vittima dei miei esperimenti con la fascia e da oggi anche con i pannolini, ma nonostante lo strapazzi un po' troppo per un neonato, almeno lui non si lamenta. Quando lo metterò sul seggiolino per provare a sistemarlo in auto, temo che i vicini chiameranno la neuro!
In Toscana il controllo del diabete gestazionale si fa attraverso la mini-curva glicemica alla 28a settimana, quando viene misurata la glicemia a digiuno (io ce l'avevo bassa) e poi dopo aver ingurgitato un beverone ultra dolce e aver aspettato un'ora. Se il secondo valore è troppo alto, come nel mio caso, si fa la curva "normale", col doppio di glucosio nel beverone (che a quel punto diventa disgustoso anche per una appassionata di dolciumi come me) e un prelievo dopo una, due e tre ore. Mentre il primo esame può dare falsi positivi, il secondo è solitamente più indicativo, e nel mio caso ha indicato che... non ho il diabete gestazionale! Sospiro di sollievo per le mie papille gustative, che all'idea di passare un natale senza poter mangiare nemmeno una fettina di dolce né i fichi secchi, né i datteri della Palestina del commercio equo e solidale... stavano già piangendo miseria.
Nel frattempo la pancia continua a crescere (non si sa come, dato che i chili più o meno rimangono invariati), "Robino" tira sempre più testate (o culate?) contro le costole (con mia grande gioia, soprattutto quando sto per addormentarmi) e io cerco inutilmente di razionalizzare il fatto che con 8 kg in più, tra l'altro sistemati male (al posto della pancia, non si potrebbe avere uno zainetto?) non posso rincorrere i treni come una volta o cucinare con la pancia sui fornelli (sì, lo ammetto, qualche giorno fa ho rischiato di cuocere Robino. Poi dicono che i comunisti mangiano i bambini, ma cuocerli prima ancora che nascano forse è troppo).
Non essendo riuscita a cuocerlo, ho poi tentato di intossicarlo col peperoncino. Da giorni volevo provare la ricetta della confettura di peperoncini di Nadir. Ho avuto in regalo 200 grammi di peperoncini da un'amica del babbo, che alla consegna aveva avvertito "attenzione perché tra gli altri ce ne sono anche di Habanero, cioè quelli ultra piccantosissimi", ma io niente, imperterrita. Ho comprato 800 grammi di peperoni, anche se fuori stagione. Ieri è stato il gran giorno, ma presa dall'entusiasmo non ho seguito il consiglio: "Per pulire i peperoncini armatevi di guanti usa e getta, le vostre mani ringrazieranno". Risultato: un bruciore insopportabile, da piangere e urlare per tutta la sera. Per le successive 5 ore ho tenuto le mani dentro l'acqua (che si scaldava al ritmo di una bacinella ogni 15 minuti, se troviamo dei volontari disponibili potrebbe essere una fonte energetica ecologica!), poi sono andata a letto tenendo tra le mani un panetto di ghiaccio. Col passare delle ore, e dopo aver superato la notte nonostante le mie previsioni catastrofiste di ieri, la situazione è decisamente migliorata, con un effetto collaterale non da poco: le mie mani che solitamente sfidano la temperatura corporea dei vampiri, oggi raggiungono e forse superano i 36°.
La confettura? Il sapore non è male, ma è super piccantoso: stamattina ne abbiamo assaggiato 1/4 di cucchiaino a testa sul pane, e la bocca è rimasta infuocata per 10 minuti. Il babbo ha calcolato che mangiando questa quantità tutti i giorni, ci metteremo tre anni a finirla (però potrà essere utile se Robino non si decide ad uscire dopo la "data di scadenza", ho letto che il peperoncino stimola il parto)
Nel fine settimana abbiamo comprato i primi pannolini lavabili. Sono 6 prefold Pagù (made in Italy) con una mutandina Imse Vimse, perché il negozio non aveva mutandine della stessa marca. A quanto ho capito girovagando sul web, comunque, la Imse Vimse produce in Svezia, quindi anche se non è proprio a km0 non è poi così male. Nella foto il mio peluche Swiffer (si chiama così perché attira la polvere...) si presta a fare da modello. Ultimamente è vittima dei miei esperimenti con la fascia e da oggi anche con i pannolini, ma nonostante lo strapazzi un po' troppo per un neonato, almeno lui non si lamenta. Quando lo metterò sul seggiolino per provare a sistemarlo in auto, temo che i vicini chiameranno la neuro!
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