lunedì 23 gennaio 2012

E se la mucca è tenuta bene? Qualche calcolo per il "latte animalista"

Aggiornamento del 29/08/2012
Considerate le numerose visite e i commenti che sta ricevendo questo post, penso sia doverosa una precisazione. Quello che segue NON è un saggio di zootecnica, ma un racconto ironico e paradossale.
La "morale" di questa sorta di spiegazione NON è che i vegani possono bere il latte. Il "latte animalista" del titolo è volutamente tra virgolette, perché - in quanto vegana - sono convinta che l'unico latte animalista sia quello della mamma per il proprio figlio e che mungere una mucca sia in ogni caso uno sfruttamento.
Buona lettura!


Di domenica, si sa, ci si riposa, si fanno le pulizie in casa, si terminano tutti i lavoretti che non si sono finiti durante la settimana. Questo nelle famiglie normali. Ma, ormai l'avrete capito, la nostra non è una famiglia normale. In un momento di relax, io e il Babbo ci siamo messi a risolvere un problema aritmetico / animalista che ci attanagliava da qualche tempo.

Tra le domande che i vegani si sentono porre, ce ne sono alcune che non sono poi così assurde, ad esempio: "Se tu hai una mucca, la tieni nel migliore dei modi e non la uccidi, che male c'è a prenderle un po' di latte?" L'antispecista risponderà che si tratta comunque di uno sfruttamento da parte dell'essere umano su un animale e... per questo vi rimando ad altri siti che spiegheranno molto meglio di me la questione. Quello che interessava a noi era capire quanto è sostenibile tenere nel migliore dei modi una mucca per ricavarne il latte. Interessa? Tranquilli, una volta che il problema è impostato, i calcoli sono piuttosto semplici.

Partiamo da un concetto che dev'essere chiaro: la mucca non produce il latte "gratis": come tutti i mammiferi per farlo deve avere un figlio. Negli allevamenti viene continuamente ingravidata (con l'inseminazione artificiale) e il vitellino viene separato dalla madre dopo poco. Questo avviene per circa 6-7 anni, poi la mucca comincia a produrre sempre meno latte e quindi viene portata al macello. In natura vivrebbe oltre 30 anni.

Consideriamo ora il nostro "allevamento modello", con una mucca "tenuta bene", che non viene uccisa, né lo sono i suoi figli. Per semplificare, abbiamo arrotondato tutto all'unità di misura di un anno: un vitello arriva a maturità sessuale a 2 anni, la gravidanza dura un anno e l'allattamento dura un anno (nella realtà sono 10 mesi). A 15 anni mandiamo in pensione la nostra mucca. Nella nostra semplificazione, tutte le mucche vivono fino a 30 anni e poi muoiono naturalmente.
Il primo anno, quindi, avremo una vitella e la manteniamo "a sbafo", senza produrre latte. Il secondo anno la nostra vitella è cresciuta, ma ancora è piccola e non è arrivata a maturità sessuale. Il terzo anno rimane incinta (una scappatella?) e ovviamente durante la gravidanza non produrrà latte. Finalmente siamo all'inizio del quarto anno, è nato un vitellino, e noi possiamo bere il primo bicchiere di latte dalla nostra mucca "tenuta bene". La nostra mucca è così felice che... rimane incinta appena nato il primo figlio, continuando a produrre latte, col risultato che l'anno dopo, quando il vitellino è svezzato, nascerà un secondo vitello senza interrompere la produzione di latte. (Ecco, qui ho dei dubbi che la mucca sia proprio "tenuta bene", ma stiamo facendo un calcolo teorico e quindi non focalizziamoci troppo su questi dettagli). Siamo dunque al quinto anno, abbiamo una mucca che produce il latte per un vitellino e un po' anche per noi, e una "mucchina" che ovviamente non uccidiamo e teniamo al pascolo. L'anno successivo la nostra grande famiglia si arricchisce di un nuovo nato, continuiamo ad avere una mucca che produce latte, ma ora sono tre (un vitello, una mucca e una "mucchina") gli animali che ci gironzolano per casa senza essere produttivi. Attenzione, da questo momento (dato che siamo "buoni" e non vogliamo sfruttare troppo la nostra mucca iniziale) se nelle tornate precedenti sono nate mucche femmine, possiamo far sì che la mucca che produce il latte non sia sempre la stessa, ma a rotazione un anno per ognuna. Se sono nati tori, invece, ci conviene rinforzare le staccionate.
Tornando al nostro calcolo, con una mucca che ogni anno fa nascere un vitello e produce latte (per il figlio e un po' anche per noi) ma senza uccidere nessuno, avremo l'incremento di un animale l'anno. Dopo 29 anni siamo arrivati ad avere 27 animali, di cui una produttiva e gli altri 26 "mangiapane ad ufo". Finalmente (anche se ci eravamo affezionati) dopo 30 anni la nostra prima mucca muore, e così sarà per ogni anno successivo dopo il 30°, quindi ci attestiamo sulla cifra non più crescente di 27 mucche per avere qualche litro di latte al giorno. E' sostenibile?

Qualcuno ora potrebbe dire: hai tante mucche e ne rendi produttiva una soltanto? Perché non tutte? Proviamoci. Lasciando invariate le premesse, facciamo un'ulteriore ipotesi semplificativa: tutte le mucche partoriscono solo mucche femmine. A loro volta ogni vitella, dopo 2 anni, raggiunta la maturità sessuale, resta incinta e comincia a produrre latte. Vi risparmio i calcoli, fidatevi. Dopo 10 anni abbiamo 15 mucche. Dopo 20 abbiamo un numero satanico di mucche: 666. Al trentesimo anno, quando "finalmente" la nostra matriarca muore, siamo a 29133 mucche. Alla soglia del 60° anno saremo arrivati alla cifra invidiabile di 1 milardo e 665 milioni di mucche. Forse sono un po' troppe per un solo allevamento, che dite?

In conclusione, siamo partiti dalla domanda sbagliata, non "se tu hai una mucca, la tieni nel migliore dei modi e non la uccidi, che male c'è a prenderle un po' di latte?", bensì "se tu hai VENTISETTE mucche..."! Tralasciando tutti gli altri discorsi animalisti e antispecisti, se siamo interessati alla sostenibilità ambientale e alla diminuzione della sofferenza degli animali, dovremmo almeno ridurre i nostri consumi di latte di 1/27. Quindi la risposta alla domanda qui sopra è: sì, se hai un appezzamento di terreno abbastanza grande e puoi mantenere 27 mucche, puoi permetterti un bicchiere di latte al mese. Che costerà - più o meno - come un bicchiere di Barolo. Cin cin!

ATTENZIONE - non commentate come anonimi. Tutti i commenti non firmati verranno cancellati. Mi sembra corretto presentarsi, per confrontarsi sullo stesso piano.

martedì 17 gennaio 2012

Aspettando Robino


Il widget qui sotto mi ricorda che manca meno di un mese alla data presunta del parto. O meglio, manca "un febbraio", cioè 28 giorni. Anzi, nemmeno, dato che quest'anno è bisestile. Considerando però che potrebbe nascere anche 15 giorni prima, la data si avvicina.
Se già col post precedente vi raccontavo di come fervono i preparativi, potete immaginare come in casa le cose non possano essere altro che peggiorate.
Ieri abbiamo provato la culla, che non è altro che la carrozzina del trio. Ero convinta che mancasse il materasso, invece dev'essere proprio così: i neonati dormono con un materasso sottilissimo e niente cuscino. Nella foto qui accanto, Swiffer in un sacco nanna, prova la comodità della culla.

In questi giorni, abbiamo cominciato anche a definire meglio la scorta di pannolini. Per l'ospedale e i primi giorni ci siamo orientati sugli usa-e getta Ecowip, che sono biodegradabili. Prodotti a Prato, vengono venduti anche pacchi da 120 di "seconda scelta" ad un prezzo decisamente conveniente. Consigliati da un amico neo-genitore, ne abbiamo subito approfittato.
Aumenta intanto la nostra scorta di lavabili. Nelle foto qui sotto il babbo si esercita coi ciripà: prima il pannolino di cotone... poi la mutandina...
... ed ecco Swiffer perfettamente pannolinato. Proprio perfettamente no... il cotone avrebbe dovuto rimanere all'interno della mutandina... ma per essere la prima volta, direi che è un successone, io non avrei saputo fare di meglio!

Oltre ai ciripà, ci siamo fatti tentare dagli Ecobu, produzione italiana di pannolini pocket in bambù. E' una fibra tessile molto particolare, soffice, che ha come unico difetto il tempo di asciugatura, che è  piuttosto elevato, ma a quanto sembra ha ottime proprietà assorbenti. Dopo il primo lavaggio effettivamente l'inserto ci ha messo un'intera giornata SOPRA il termosifone, prima di asciugarsi.

Nelle foto qui sotto il babbo si esercita anche con questo pannolino. Prima mette un inserto dentro l'altro, poi tutto dentro la mutandina, adagia Bella (la pecora... giuro che ha più anni di Twilight e non si chiama così in onore dell'aspirante vampira ma perché, come tutte le pecore, beeeela!) e chiude la mutandina.



Ed ecco anche Bella, vestita di tutto punto. Spero però che Robino non sia mai così ciccione e deforme!

Abbiamo anche provato a sistemare il seggiolino sull'auto, che come si può vedere dalle foto è una capiente Seicento. Siamo effettivamente un po' preoccupati all'idea di stivare due adulti, un Robino e due cani in cotanta automobile, ma al momento cerchiamo di resistere alle facili battute degli amici che ci consigliano di cambiare auto. Intanto abbiamo verificato che il seggiolino ci sta, e il sistema di ancoraggio è anche piuttosto semplice. Ce la possiamo fare.


Le ultime due fotografie sono per illustrare due delle mie recenti autoproduzioni.


Qui a sinistra, Bella mostra un bavaglino realizzato riciclando una tovaglia impermeabile e un asciugamano ormai quasi morente. Devo ancora mettere un bottoncino o un velcro, ma direi che il più è fatto. Ovviamente non ci baseremo solo su bavaglini autoprodotti (sembra che le bave dei neonati siano corrosive peggio che quelle dei mostri dei film di fantascienza), ma ho sempre ammirato le mamme che in rete postano le loro creazioni, e partire da questo mi sembrava la strada più semplice.

Al momento è in fase di realizzazione un sacco-nanna in pile, che però credo verrà usato tra qualche mese (la dimensione è da marcantonio, non da neonato... avrò scaricato il tutorial per realizzare un sacco a pelo da campeggio per scaricatori di porto invece che un sacco nanna?) Swiffer dentro ci naviga, Robino chissà.

Qui a destra c'è mio cugino con un mei tai contenente Bella. Anche questa è una mia autoproduzione, che segue il modello illustrato sul blog di Mamma Canguro. Il materiale è tutto riciclato: una stoffa pesante per l'esterno (credo che in origine fosse un copriletto) e un pile leggero per l'interno (in origine era una coperta regalata ehm... da una compagnia aerea).
Anche qui, per non sbagliarmi, la taglia è per un bimbo cresciutello e non per un neonato, per questo motivo ho regalato questo primo esperimento ad amici che hanno una figlia di quasi un anno. Se l'esperimento andrà a buon fine, proverò a ripeterlo con materiali più leggeri, per l'estate.

Infine mi sono data alle scatole. Per romperle, a quanto dicono il babbo e gli amici intimi, ero già una professionista. Il salto di qualità è invece rifasciarle. Dopo il trasloco sono rimaste alcune scatole piccole, con coperchio, che sono perfette per contenere i pannolini, i vestitini, i giochini, i cosini... insomma, tutte le cose in -ini di Robini... ehm, Robino. Unico difetto: sono brutte. Spazio alla fantasia e alla creatività, ne ho ricoperta una con la stoffa ricavata da una vecchia camicia del babbo, la seconda con una vecchia tovaglia impermeabile e la terza è in fase di lavorazione perché... è finita la colla! Ho implorato la cartolaia di farsi arrivare una confezione formato famiglia di vinavil prima che mi passi la vena creativa (e che nasca Robino), ma devo pazientare tutta la settimana.
Dato che il lavoro per il censimento non è ancora finito, dirotterò la mia creatività sulla revisione dei questionari, i risultati potrebbero essere esilaranti!

giovedì 5 gennaio 2012

Centra il buco, non il bruco!

Post veloce veloce perché in questi giorni ho troppe cose da fare, forse sta arrivando quella che viene chiamata la "sindrome del nido", quando la mamma sente l'urgenza di preparare la casa per l'arrivo del nascituro. Che nel mio caso significa spostare da una stanza all'altra i vestitini prestati dagli amici, dividerli per tipologie e taglie, montare un'anta di un mobile Ikea in camera di Robino, scrivere interminabili liste di cose da fare che poi puntualmente non faccio etc.

Una parentesi sui vestitini: capisco che non si possano uniformare le indicazioni delle taglie, ma perché i produttori si ostinano a mettere etichette con su scritto "1 mese", "3 mesi" che sono totalmente casuali? Considerando normale un  peso alla nascita da 2,5 a 4 kg non  sarà facile etichettare, ma trovare tutine da 3 mesi più piccole di quelle da 1 mese fa girare la testa anche alle future mamme mentalmente più stabili di me.

Solo un aggiornamento su Robino: l'ecografia del 30 dicembre ha mostrato ancora una volta la sua ritrosia nel voler farsi fotografare (l'ecografista per fortuna era giovane e gentile nonostante abbia faticato non poco e abbia poi dovuto lavorare in una posizione assai scomoda). Robino è già in posizione cefalica e speriamo che ci resti, è cresciuto molto e ora si colloca al 90° percentile, il che - se ho capito bene - vuol dire che il 90% dei bimbi della stessa "età" sono più piccoli di lui. Peso stimato (+ o - 15%) è di 2.700 grammi. Se continua così, nasce un ciccione di 5 kg. Qualcuno avrà comunque il coraggio di dire che i bambini vegani sono piccini.

Infine, la foto qui accanto è per accontentare Herby (ma sono sicura che non sia l'unica curiosa!) che voleva vedere la tazza del water che io e il babbo ci siamo regalati per Natale. Gli ospiti che sono venuti a trovarci durante le vacanze hanno confessato che le prime volte sono stati un po' a disagio nel fare i propri bisogni sentendosi osservati da Bruco e Coccinella, ma noi siamo già abituati ad ignorare le occhiate torve, impietosenti, pazze, accigliate, coccolone dei cani, specialmente quando vengono ad implorare cibo mentre siamo a tavola. E comunque, per un tocco di colore in una stanza fredda (e bianca... come raccontavo nel post "Colori di genere" a me non piace il bianco) si possono sopportare le occhiate degli insettini.
L'importante è centrare il buco e non il bruco!

lunedì 19 dicembre 2011

Lo strano Natale della famiglia Vegan

Mio marito mi racconta che in ufficio è diventato il tuttologo delle curiosità sui vegani. D'altra parte ne ha sposata una. Ogni tanto gli arrivano domande sugli argomenti più svariati.
Finché si limitano a "come si sostituisce il burro nei dolci?" o "capisco vegetariano, ma qual è il problema delle uova?", le risposte sono abbastanza semplici. A volte però il campo si allarga e le difficoltà aumentano. La scorsa settimana è arrivato il quesito più bello: "che cosa ne pensano i vegani degli alberi di natale? Meglio di plastica o vero?"
Al di là del fatto che al vegano magari degli alberi non gliene può importare nulla e li brucerebbe tutti (faccio per dire) mi fa sorridere questa idea per cui ci debba essere una soluzione "vegana" a tutti i problemi del mondo. Quindi, fiera di essere diventata una opinion leader, ecco la panoramica del nostro Natale.

L'albero.
Ci abbiamo provato e non ci stava. Proprio da nessuna parte. Il babbo ha proposto di metterlo sul divano, ma mi sono rifiutata, avrei dovuto spostare i questionari del censimento, che già stanno invadendo casa. Alla fine ci siamo arresi all'evidenza. L'abete (di plastica) che aveva addobbato la casa di Torino negli ultimi 5 anni è rimasto in cantina. Al suo posto abbiamo ben due alberi. Il primo è un altro sempreverde, finto. Alto meno di 15 cm, vaso compreso. In bilico sul mobile della televisione, rischia di cascare ogni volta che prendiamo il telecomando. Per fortuna capita di rado.
Il secondo è un pesco giapponese. O cinese (così ha detto mio padre, le mie competenze di arboricultura si fermano alle specie europee). Insomma, una normale pianta da appartamento che è stata spostata dal balcone al salotto perché non soffra troppo per le temperature polari di questo strano inverno. Addobbato come un abete, non sembra nemmeno troppo triste.

I regali.
Sotto l'albero, o meglio, tra i due alberi (nel mobile della televisione) ci sono i regali da fare e quelli ricevuti. Natale di crisi, con un "robino" in arrivo, quest'anno ci siamo limitati al minimo indispensabile. Però ci siamo concessi un regalo alla (nostra) famiglia: una tazza del water a forma di mela, bruco compreso. Per gli altri, regali rigorosamente del commercio equo e solidale, quasi tutti mangerecci. Fa eccezione il regalo della nipotina, su cui sorvolo per non rovinare la sorpresa. Agli amici lontani, un biglietto che arriverà forse per capodanno. Conoscendo le poste, anche dopo la befana.
Per noi, agli amici che l'hanno chiesto, abbiamo fornito l'indirizzo della "lista nascita" che abbiamo creato on line per "Robino". Non saranno sorprese, ma preferisco un regalo utile piuttosto che scartare un oggetto che finirà in un cassetto fino al prossimo trasloco.

Panettone o pandoro?
Il dubbio amletico che divide l'Italia e che molti propongono ai vegani per coglierli in fallo. Per fortuna io sono fortunata. Anzi, tre volte fortunata.
1) il dolce tipico del Natale di Genova è il pandolce, una specie di panettone con l'uvetta, ma più compatto e basso. Si trovano nei negozi anche versioni vegane (con la margarina). Ottimo inzuppato al mattino nel the o nel latte per colazione.
2) a Firenze c'è la pasticceria vegana più buona del mondo: Dolce Vegan. Vuoi che non prepari dolci natalizi già impacchettati, da portare ai parenti?
3) ho scoperto qualche giorno fa che anche in Toscana ci sono dolci tipicamente natalizi con ricetta vegana. Ad esempio i Cavallucci, che definire biscotti è quasi dispregiativo. Una delizia di sapori, tra canditi, noci e uvetta. In alcune versioni è previsto il miele, non in quella attualmente in vendita alla Coop sotto casa. Evviva.

Il pranzo di Natale.
Ormai da anni nella mia famiglia di origine il Natale si festeggia al ristorante. Però al cinese. La compagna di mio padre odia i ristoranti con menu fisso, dove ti siedi a mezzogiorno e il dolce arriva quando ormai da due ore non ce la fai più, fuori sarebbe buio anche se fosse agosto, ma pensi al conto che sta per arrivare e sfidi l'indigestione imminente cercando di far stare nel tuo povero stomaco anche quella fetta di panettone. Non ha tutti i torti. La mia pretesa di un menu veg-compatibile, quindi, al confronto non è così strana. Sfido chiunque a trovare un ristorante aperto il giorno di Natale, che non faccia menu fisso. Provateci e fatemi sapere. In Liguria sembrerebbe impossibile. La soluzione trovata, in tutti questi anni, è il ristorante etnico: menu alla carta e dopo un paio d'ore puoi uscire soddisfatto. E magari fare anche merenda. L'unico problema è che a Savona, tra gli etnici, ci sono solo ristoranti cinesi. In realtà di ristoranti cinesi ce n'è una quantità spropositata: un ristorante ogni 10 savonesi, contando anche i gabbiani. Egiziani, argentini, thailandesi, turchi... vade retro! Ci sono solo ristoranti cinesi. Dopo dieci anni, mio fratello si è ribellato. "Il cinese mi fa schifo!" ha comunicato alla famiglia, lasciando tutti di sasso. Dopo qualche giorno di panico mio padre ha accettato la soluzione che avevo già proposto anni fa: restare sull'etnico ma spostarsi a Genova. All'epoca scartata perché Genova è troppo lontana da Savona (sono 40 km e giuro che non pretendo che li faccia a piedi o in bicicletta) ma davanti alla minaccia di rimanere a digiuno proprio il giorno di natale, alla fine ha ceduto. Quest'anno romperemo la tradizione decennale e andremo all'indiano. Mio fratello suggerisce di telefonare al "nostro" cinese per chiedere scusa per l'assenza.

Natale con i tuoi, e Capodanno?
Capodanno, non c'è dubbio, con gli amici a quattrozampe, evitando i botti che spaventano tutti gli animali, in particolare gli uccelli. Ogni anno sono tantissimi i cani che vengono smarriti perche scappano terrorizzati. Per non parlare dei volatili che perdono l'orientamento.
Alcuni consigli della LAV:

  • non lasciate che i cani affrontino in solitudine le loro paure e togliete ogni oggetto contro il quale, sbattendo, potrebbero procurarsi ferite;
  • evitate di lasciarli all'aperto: la paura fa compiere loro gesti imprevedibili, il primo dei quali è la fuga;
  • non teneteli legati alla catena perché potrebbero strangolarsi;
  • non lasciateli sul balcone perché potrebbero gettarsi nel vuoto;
  • dotateli di tutti gli elementi identificativi possibili (oltre al microchip, medaglietta con un recapito);
  •  se si nascondono in un luogo della casa, lasciateli tranquilli: considerano sicuro il loro rifugio;
  • cercate di minimizzare l'effetto dei botti tenendo accese radio o TV;
  • prestate attenzione anche agli animali in gabbia e non teneteli sui balconi;
  • nei casi di animali anziani, cardiopatici e/o particolarmente sensibili allo stress dei rumori rivolgersi con anticipo al proprio veterinario di fiducia;
  • se l’animale scompare presentate subito una denuncia di smarrimento, e seguire i consigli riportati sul sito LAV alla pagina “cosa fare se…"
Tanti auguri di buone feste a tutti e a tutte! 

lunedì 5 dicembre 2011

Schiena dolente, pancia crescente

La scorsa settimana si è chiusa con una buona notizia: non ho il diabete gestazionale. Non sarebbe stato nulla di particolarmente grave: il diabete gestazionale capita in quasi il 10% delle gravidanze e generalmente non ha implicazioni per il futuro della mamma o del bambino, ma c'è il rischio di eccessiva crescita intra uterina (cioè bimbo che alla nascita è molto grosso) e bisogna tenere sotto controllo l'alimentazione, eliminando i dolci e gran parte della frutta.
In Toscana il controllo del diabete gestazionale si fa attraverso la mini-curva glicemica alla 28a settimana, quando viene misurata la glicemia a digiuno (io ce l'avevo bassa) e poi dopo aver ingurgitato un beverone ultra dolce e aver aspettato un'ora. Se il secondo valore è troppo alto, come nel mio caso, si fa la curva "normale", col doppio di glucosio nel beverone (che a quel punto diventa disgustoso anche per una appassionata di dolciumi come me) e un prelievo dopo una, due e tre ore. Mentre il primo esame può dare falsi positivi, il secondo è solitamente più indicativo, e nel mio caso ha indicato che... non ho il diabete gestazionale! Sospiro di sollievo per le mie papille gustative, che all'idea di passare un natale senza poter mangiare nemmeno una fettina di dolce né i fichi secchi, né i datteri della Palestina del commercio equo e solidale... stavano già piangendo miseria.

Nel frattempo la pancia continua a crescere (non si sa come, dato che i chili più o meno rimangono invariati), "Robino" tira sempre più testate (o culate?) contro le costole (con mia grande gioia, soprattutto quando sto per addormentarmi) e io cerco inutilmente di razionalizzare il fatto che con 8 kg in più, tra l'altro sistemati male (al posto della pancia, non si potrebbe avere uno zainetto?) non posso rincorrere i treni come una volta o cucinare con la pancia sui fornelli (sì, lo ammetto, qualche giorno fa ho rischiato di cuocere Robino. Poi dicono che i comunisti mangiano i bambini, ma cuocerli prima ancora che nascano forse è troppo).

Non essendo riuscita a cuocerlo, ho poi tentato di intossicarlo col peperoncino. Da giorni volevo provare la ricetta della confettura di peperoncini di Nadir. Ho avuto in regalo 200 grammi di peperoncini da un'amica del babbo, che alla consegna aveva avvertito "attenzione perché tra gli altri ce ne sono anche di Habanero, cioè quelli ultra piccantosissimi", ma io niente, imperterrita. Ho comprato 800 grammi di peperoni, anche se fuori stagione. Ieri è stato il gran giorno, ma presa dall'entusiasmo non ho seguito il consiglio: "Per pulire i peperoncini armatevi di guanti usa e getta, le vostre mani ringrazieranno". Risultato: un bruciore insopportabile, da piangere e urlare per tutta la sera. Per le successive 5 ore ho tenuto le mani dentro l'acqua (che si scaldava al ritmo di una bacinella ogni 15 minuti, se troviamo dei volontari disponibili potrebbe essere una fonte energetica ecologica!), poi sono andata a letto tenendo tra le mani un panetto di ghiaccio. Col passare delle ore, e dopo aver superato la notte nonostante le mie previsioni catastrofiste di ieri, la situazione è decisamente migliorata, con un effetto collaterale non da poco: le mie mani che solitamente sfidano la temperatura corporea dei vampiri, oggi raggiungono e forse superano i 36°.
La confettura? Il sapore non è male, ma è super piccantoso: stamattina ne abbiamo assaggiato 1/4 di cucchiaino a testa sul pane, e la bocca è rimasta infuocata per 10 minuti. Il babbo ha calcolato che mangiando questa quantità tutti i giorni, ci metteremo tre anni a finirla (però potrà essere utile se Robino non si decide ad uscire dopo la "data di scadenza", ho letto che il peperoncino stimola il parto)

Nel fine settimana abbiamo comprato i primi pannolini lavabili. Sono 6 prefold Pagù (made in Italy) con una mutandina Imse Vimse, perché il negozio non aveva mutandine della stessa marca. A quanto ho capito girovagando sul web, comunque, la Imse Vimse produce in Svezia, quindi anche se non è proprio a km0 non è poi così male. Nella foto il mio peluche Swiffer (si chiama così perché attira la polvere...) si presta a fare da modello. Ultimamente è vittima dei miei esperimenti con la fascia e da oggi anche con i pannolini, ma nonostante lo strapazzi un po' troppo per un neonato, almeno lui non si lamenta. Quando lo metterò sul seggiolino per provare a sistemarlo in auto, temo che i vicini chiameranno la neuro!

lunedì 21 novembre 2011

My 7 links project. Per una volta incoraggio Sant'Antonio

'Sto poveraccio di Sant'Antonio si prende tutte le volte le mie maledizioni. Appena arriva una delle sue catene, bofonchio tra me e me parole irripetibili con la mano pronta sul tasto "elimina", prima di leggere cosa mi succederà non inoltrando la mail. Ormai mi sono convinta che se non leggo, le sfighe non mi possono raggiungere. Questa però non è una vera e propria catena di Sant'Antonio: nessuna tragedia è in agguato se non si prosegue il gioco. Inoltre è molto carino per andare a riguardare i propri post vecchi. Insomma, tirata in ballo da donatella, eccomi qui per partecipare a questo giochino. Bisogna andare indietro nel tempo (nel mio caso nemmeno poi di tanto, dato che il blog è attivo solo da agosto) e cercare sette post che rispecchino queste definizioni: il più bello, il più utile, il più popolare, quello il cui successo mi ha sorpreso, quello che non ha avuto il successo che si meritava, il più controverso, quello di cui vado più fiera.

1, 2, 3, pronti via! Cominciamo!

Il più bello: Cosa mangiano i vegani?
Comincio con un post auto-ironico. Un'immagine che girava on line e che ho "dovuto" pubblicare, era troppo bella!
Cliccando sull'immagine si vedono meglio i due grafici. Da un lato quello che la gente pensa che mangino i vegani (granaglie, tofu, erba, ?), dall'altro quello che i vegani mangiano veramente, a partire da "avocado" per concludere con "tutto il resto nella versione vegana", passando per pasta, hamburger vegani, pomodori, seitan, quinoa, riso, pizza, patatine, meloni, hummus etc etc.
Anche i commenti che questo post aveva ricevuti erano tutti entusiasti, tutti a dire, tra le risate, quanta ignoranza c'è ancora sulla dieta vegana (no, non veniamo da Vega e no, non mangiamo solo verdure)

Il più utile: L'oggetto che cambia la vita: la Moon Cup
Fino a ieri pensavo che il mio blog sarebbe stato (forse) utile per rassicurare le future mamme sulla possibilità di avere un'alimentazione vegetariana o vegana. Invece, grazie ai riscontri che ho avuto dai commenti, credo che il post più utile sia proprio quello che... è totalmente inutile per le donne in gravidanza! ;-)
La mia esperienza con la Moon Cup ha convinto un po' di amiche-blogger a tentare la sfida. Altre sono rimaste perplesse. Ma sono contenta proprio di questo, intanto è utile pensarci, poi ognuna deciderà!

Il più popolare: Vegana informata
Le classifiche di blogspot parlano chiaro, questo è il post che ha ricevuto più visite, forse anche perché è stato citato da Mammafelice nel suo post sulla gravidanza vegan. Questo mi fa molto piacere perché  credo possa essere utile per tutte le future mamme vegetariane o vegane che decidono di non rinunciare alle proprie scelte alimentari in occasione di una gravidanza. Purtroppo le pressioni da parte di medici generici, dietisti e ginecologi sono tante, ma per fortuna su internet si trovano ormai tantissime informazioni utili per trascorrere in serenità questi nove mesi senza rinunciare ad essere "cruelty free". Ad esempio consiglio il sito della Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana e i forum di Informazione Alimentare e Forum Etici

Quello il cui successo mi ha sorpreso: Il nome ai tempi del Grande Fratello
Non avrei mai pensato che il mio gioco sulle nomi-nescio(n) per dare il nome a Robino avrebbe avuto così successo. Tutti pronti con il cellulare in mano, aspettando il mio "via al televoto". Scherzi a parte, mi sono divertita a coinvolgere gli amici della Rete. Alla fine però la decisione sarà tutta nostra... per il momento l'alieno nella pancia continua a chiamarsi "Robino". Il babbo ci prova ogni tanto a chiamarlo con i tre nomi finalisti, per vedere se ne sceglie uno, ma al momento sembra del tutto indifferente.

Quello che non ha avuto il successo che si meritava: Nina, Irene, Shereen e la grande famiglia

Nemmeno un commento per questo post, che risale al giorno successivo l'arrivo di Nina. Peccato perché qui raccontavo di Nina, del vecchio Claus, della gallina Irene adottata a distanza, e della bambina palestinese, Shereen, anche lei adottata a distanza. Insomma della nostra grande famiglia allargata.

Il più controverso: Le "uova vegetali" della Valsoia
In questo post avevo raccontato la mia (brutta) esperienza con le cotolette valsoia surgelate, su cui è indicata la scritta "vegetale" che a mio parere è ingannevole dato che tra gli ingredienti appare il bianco d'uovo. Controverso perché avevo ricevuto un commento anonimo che, senza assolutamente entrare nello specifico del problema posto, scriveva semplicemente che la valsoia è un'ottima marca con prodotti molto buoni. Sospettando una forma di pubblicità nascosta, ho chiesto all'anonimo commentatore di firmarsi e poi, non avendo ricevuto risposta dopo una settimana, ho cancellato il post.

Quello di cui vado più fiera: Colori di genere
Mi ero divertita tantissimo a scrivere questo post, in cui raccontavo le disavventure della povera cagnetta Nina, obbligata a portare un guinzaglio blu, nonostante sia femmina.
Aggiungo ora che, quando qualche giorno fa ho detto che per "Robino" voglio almeno un lenzuolino rosa, ho suscitato il raccapriccio di tutti gli amici.
Sotto sotto siamo tutti un po' razzisti coi colori! (Ma finché si parla di colori dei vestiti e non della pelle ci possiamo scherzare su)





Ora dovrei lanciare la palla ad altri/e sette blogger? Non mi ricordo più chi è già stato coinvolto, eventualmente ditemelo nei commenti.
Ci provo, ma non mi offenderò se qualcuno rinuncia!

Nunzia di Cose di Lino
Isa di Cotto al Vapore
Stella di Creargiocando
Robin di Dove ho visto te
Julie di Il meraviglioso e (im)perfetto mondo di Julie
Serena di Mammavegsere
Silvia di Orsomichele
Marta di Veganswiss

venerdì 18 novembre 2011

L'oggetto che cambia la vita: la Moon Cup

Mi è stato chiesto tra i commenti dello scorso post, e quindi non posso deludere le mie lettrici (sì perché questo post è dedicato unicamente alle lettrici, uomini per favore andate a prendervi un caffè al bar ed evitate risolini imbarazzati). Oggi si parla della Moon Cup.

Devo fare una premessa. Da quando ho 11 anni, le mie mestruazioni sono perfettamente regolari. No, non intendo dire che le ho ogni 28 giorni, anzi. Nemmeno il calendario Maya potrebbe calcolare le tempistiche dei "miei giorni". C'è però un metodo infallibile: le mestruazioni sono regolarmente coincidenti con le vacanze. Non ho mai capito come sia possibile, ma non c'è scampo. Dieci anni di scout, il che vuol dire dieci campi estivi, togliamo i primi due anni (ero lupetta e non le avevo), per otto volte ho avuto le mestruazioni al campo. Campo invernale? Idem. Campeggio con gli amici? Figuriamoci se no. Un weekend in una capitale europea? Non dimenticare gli assorbenti. E non c'è verso: si anticipa o si posticipa la vacanza, le mestruazioni arriveranno una settimana prima o quella dopo. Per anni ho tenuto un pacco formato famiglia nella tasca interna dello zaino, perennemente lì, da riempire nuovamente al ritorno da ogni vacanza.

Nell'estate del 2008 ho sentito parlare per la prima volta della Moon Cup. Ero in giro per Torino con due amiche e una di loro ne aveva sentito parlare a sua volta la sera prima a casa di un'amica, che le aveva consigliato di cercarla nella bottega del commercio equo e solidale. Decidiamo tutte e tre di andare a curiosare, per chiedere maggiori informazioni.

Che cos'è la Moon Cup?
Lo scorso anno avevo scritto un articolo per il giornale on line "Eco dalle città", dal titolo:  La mestruazione eco-compatibile con la coppetta mestruale. Non sto a ripetermi, consiglio di leggere direttamente quello. In sintesi, la Moon cup è un contenitore in silicone da indossare dentro la vagina al posto degli assorbenti. Ogni 6 ore circa (dipende dall'intensità del flusso) si toglie, si svuota, si pulisce e si rimette. Costa circa 30 euro e dura circa 10 anni. Quindi non c'è paragone con gli assorbenti né per quanto riguarda il lato economico né sul fronte ambientale (avete idea di quanti assorbenti si gettano via ogni mese?!)

La mia esperienza con la Moon Cup
Devo dire che il primo impatto non è stato positivo. Anche se ero in partenza per le vacanze (e ovviamente... non devo nemmeno dirlo... qualcuna indovina?) non mi sono fidata a comprarla subito.
Ammetto di non aver mai avuto un ottimo rapporto con le mie "parti basse". Un po' come con il vicino del piano di sotto: so che esiste, ogni tanto dà fastidio (una settimana al mese...), quando ci incontriamo ci salutiamo, ma la cosa finisce lì. In tutta la mia vita avrò messo forse 10 assorbenti interni, potrei quasi calcolare la cifra esatta dato che ho comprato una scatola e ce ne sono ancora dentro.
L'idea di "mettere lì" un oggetto per di più molto più grande di un assorbente interno non mi stuzzicava proprio. E se poi si perde? Se non riesco più a tirarla fuori?

Ho avuto bisogno di qualche mese per interiorizzare meglio il tutto. Nel frattempo ho letto on line i commenti di tante altre utilizzatrici, molto soddisfatte e nessuna che non era più riuscita a tirarla fuori. Anche perché, pensandoci, bisognerebbe avere la vagina di una cavalla, non di una donna...
In inverno mi sono ripresentata alla bottega del commercio equo e l'ho comprata, pensando "alla peggio butto via 30 euro".
Tra il dire e il fare c'è di mezzo una Moon Cup. Il primo inserimento è stato un incubo e mi ha ricordato la prima volta a 16 anni con gli assorbenti interni. Ginocchia piegate, petto in fuori, pancia in dentro, respiro profondo, si piega la Moon Cup, si inserisce e... ahi che male! Riproviamo, respiro profondo, petto in dentro, pancia in fuori e... niente, non ci riesco.
Moon Cup insacchettata, messa in un cassetto del bagno e per 27 giorni (circa) me ne dimentico.
Alla mestruazione successiva ci riprovo e... incredibile. Entra, senza nessun problema. Anzi, la devo mettere e togliere per tre o quattro volte nel giro di poco tempo perché la prima volta è necessario tagliare "il gambo" della misura giusta ed è consigliato di procedere per gradi. E ce la faccio. Miracolo. O forse, semplicemente, ero meno stressata.

Da quel momento comincia un altro rapporto col mio corpo, con le mie mestruazioni... e con le vacanze. Circa un anno dopo, in partenza per il Cairo con il progetto di entrare nella striscia di Gaza (qualche dubbio sull'arrivo delle mestruazioni? No, vero?) mi trovo a dire alla mia coinquilina che un anno prima sarei stata preoccupata al pensiero di dover cambiare l'assorbente in condizioni igienico-sanitarie non ottimali, mentre con la Moon Cup mi sentivo assolutamente tranquilla. Al ritorno la mia coinquilina compra una Moon Cup e, senza nemmeno i problemi iniziali che ho avuto io, mi conferma dopo pochi cicli la bontà dell'acquisto con parole che ricordano quelle usate a suo tempo dalla volontaria della bottega nella sua presentazione: "Mi sono avvicinata alla Moon Cup per una questione ambientale, disposta anche a sacrificare un po' la mia comodità per non contribuire all'inquinamento, ma oggi se per assurdo mi dicessero che inquina più di mille assorbenti risponderei che... pazienza, è comoda e non posso farne a meno!".

Ora da vari mesi non ho più le mestruazioni e non posso dire che mi manchino ;-) Però ogni tanto penso alla mia "Munchi" (come la chiamavamo amichevolmente con la coinquilina) e qualche giorno fa ho realizzato che tra qualche mese (non subito dopo il parto), dovrò comprare la taglia L (la S è consigliata fino ai 30 anni e prima di una gravidanza). Il costo della prima, però, è stato ampiamente ammortizzato nei due anni di utilizzo.
Ma soprattutto ha contribuito a ridurre lo stress in vacanza!

Aggiornamenti:
aggiungo altri post sull'argomento:
I giorni della Luna dal blog "Annaelaneve's Blog"
Mooncup I love you dal blog "Il meraviglioso e (im)perfetto mondo di Julie